Siamo arrivati alla terza puntata di Spin Off, le interviste che nascono in trasmissione e continuano dopo, perché ci sono artisti italiani che ci piace continuare a seguire, di cui ci piace raccontarvi di più.
Questa volta ci occuperemo dei Green Like July: Andrea Poggio (chitarra e voce), Nicola Crivelli (basso), Paolo Merlini (batteria). Una band nata nel 2003, che ha avuto un percorso particolare: dopo la pubblicazione dell'apprezzatissimo May this winter freeze my heart (2005), Andrea ha vissuto circa un anno a Glasgow; proprio dopo questa sua esperienza, decideva insieme a Nicola di allargare la formazione a tre elementi, con l'ingresso di Paolo (e leggeremo anche di un quarto elemento, che li accompagna nei live). Passando per la registrazione del disco in Nebraska, nella primavera del 2009 (anche di questo ci hanno parlato più dettagliatamente nell'intervista).Febbraio 2011: esce Four-Legged Fortune, secondo LP del gruppo. Lo ascoltiamo, ci innamoriamo. Non ci resta che chiedere loro un'intervista. Lo Spin Off è la naturale prosecuzione della chiacchierata radiofonica.
Indiepatici: Benvenuto Andrea, abbiamo detto di Four-Legged Fortune che ha una storia particolare: registrato non troppo di recente, e in uno spazio meraviglioso…parlacene tu però.
Andrea (Green Like July): beh sì, avete parlato delle Azure Ray, e noi abbiamo registrato presso gli ARC Studios di Omaha (quartier generale della Saddle Creek, etichetta USA, punto di riferimento per tutto il movimento indie-folk, ndr), insieme a una serie di tecnici di serie A, tra cui il produttore delle Azure Ray, A.J. Mogis (produttore anche dei Bright Eyes, ndr), quindi sì, direi che è stata davvero una situazione ottimale per lavorare…
Ma com’è nata questa opportunità?
E’ nata in modo quasi del tutto fortuito, mandando mail a quelli che per noi erano solo contatti di posta elettronica privi di personalità, allegando sempre dei pezzi. Pezzi che sono piaciuti, tanto che oltre a risponderci ci hanno invitato a registrare presso i loro studi, mentre noi eravamo orientati a produrlo in Italia, invitando qui Jake Bellows (membro dei Neva Dinova, ndr). E’ stata una cosa del tutto (e giustificatamente) sudata: siamo nati intorno al 2003 e abbiamo fatto dei progressi a livello compositivo, prima di arrivare a questo tipo di riscontri. Da questa esperienza invece abbiamo imparato a credere di più in noi stessi.
Avete notato grosse differenze rispetto ai suoni, sentendo il risultato del lavoro? Stanti tutti i problemi della postproduzione quando si hanno a disposizione piccoli budget…
Posso confermare, lavorare in quel contesto ci ha permesso di concentrarci solo sulla composizione e gli arrangiamenti. Avere un tecnico del suono come A.J. e la collaborazione di Jake ci ha anche portato a non commettere errori. Peraltro ci sono delle buone produzioni indipendenti italiane, studi con prezzi competitivi, penso all’ultima registrazione di una cover di John Lennon che abbiamo suonato qui a Pavia in uno studio che si chiama Downtown ed è gestito da Willy Novati. Va detto che ci sono tanti che lavorano male, come però succede anche in America. Nel nostro caso volevamo ricreare un certo suono e sapevamo che quello studio era perfetto.